mercoledì 25 febbraio 2009

Sesto senso?


...o semplice intuizione...vi è mai successo che, mentre state parlando con una persona, riuscite, senza sapere come, ad anticipare quello che sta dicendo? O mentre state leggendo una cosa - che sia un libro o l'articolo di un giornale - iniziate a fare dei ragionamenti su di una cosa e ZAC, nella pagina successiva, alla fine del capitolo o dell'articolo, si parla proprio di quello che voi qualche riga più su avete pensato? A me è successo l'altra sera. Faccio un esempio per anticipare il discorso: sappiamo che i numeri sono infiniti, nel senso che non c'è un numero che sia "ultimo" perchè dopo di lui ce n'è sicuramente un altro. Ricordate la famosa asse delle X? Che partiva da 0 e andava via via fino a 100, 1000, 10000 e via così...senza fine. Prendete per esempio il numero 1 e il numero 2 sull'asse. Tra 1 e 2 c'è uno spazio. Volendo, su quello spazio, potreste scrivere 1.1 1.2 1.3 1.4 1.5 1.6 1.7 1.8 1.9 e, da due numeri (1 e 2) passeremmo a 11 numeri. Ma è anche vero che tra 1.1 e 1.2 potremmo mettere 1.15, tra 1.2 e 1.3 potremmo mettere 1.25 e via così. Qual è il risultato? Che i numeri, in un intervallo finito (come per esempio tra 1 e 2) sono infiniti. L'ossatura del discorso è questa. A cosa ho pensato io? Ve lo dico subito. Stavo leggendo di un personaggio che, in un racconto, fa il musicista e sta suonando il pianoforte. Di colpo ho visualizzato la tastiera, poi due tasti bianchi vicini e ho pensato: sono due tasti, ma stabiliamo noi che una nota abbia quel nome e quella successiva un altro. E via il FLASH è partito. E' vero che le due note vicine hanno quei due nomi che noi diamo loro, ma è anche vero che tra i due tasti ci sono svariate note, svariate sfumature. Se voi prendete per esempio una chitarra, sulla sua tastiera troverete il Do e poi subito di seguito il Do# ma tra Do e Do# ci sono infinite altre note, diverse le une dalle altre per una sfumatura impercettibile, ma diverse. Lo so, è un discorso che al lato pratico ha un po' di estremo, ma in sè è un concetto esatto. Ed è lo stesso pensiero e conclusione alla quale, una pagina dopo, arriva questo musicista. Quando ho letto e capito che la pensava come me mi son messo a ridere ma anche c'ho un po' pensato su.

"Castelli di rabbia" di A.Baricco

Ci sono libri, la stragrande maggioranza di quelli in circolazione, che ti "prendono per mano". Ti dicono che A vive in un posto, è figlio di B e C, poi magari B e C spariscono e allora A incontra D. Poi si racconta la vita di D prima che incontrasse A, spiegando che D è figlio di E e F, successivamente scomparsi anche loro. Poi magari A affronta delle situazioni che portano avanti nel racconto, magari succede qualcosa a D, poi a trenta pagine dalla fine c'è il colpo di scena e pian piano si arriva alla conclusione. Oppure libri/film dove c'è una situazione iniziale, arriva un problema, c'è tensione, arriva l'"eroe" che affronta la situazione e magari risolve, affrontando la situazione, anche dei conflitti con sè stesso. Insomma, potremmo parlare di "clichè". Ecco, Castelli di Rabbia, ma Baricco in generale, per quello che ho potuto leggere di lui fino ad ora, è tutto tranne che clichè. Non sta lì a spiegarti che tizio è così perchè da piccolo i genitori lo hanno maltrattato o che magari alle elementari lo hanno chiuso nel bagno della scuola o magari caia ha la mamma che beve, il padre che traffica con la droga e allora lei diventa la paladina degli indifesi. Baricco ti prende sì per mano, ma ti lascia camminare. Ti dice Guarda, lì c'è Pekisch, è un musicista, un po' strano. Vediamo cos'ha da raccontarci. E così pian piano conosciamo gli abitanti di Quinnipak, città immaginaria nella quale si svolge Castelli di rabbia. SE ANDATE OLTRE LEGGETE LA TRAMA, ma anche se la leggete non rovinate il piacere della lettura perchè è un libro difficile da "riassumere". A Quinnipak vivono vari personaggi: c'è il signor Rail che è spesso via per lavoro e che a casa ha la bellissima Jun ad aspettarlo. Una coppia con dei segreti e dei romantici modi di comunicare in maniera complice. C'è chi ama la musica e ha inventato uno strumento geniale. C'è chi pensa a trovare la propria nota nella vita. C'è chi era bambino e ora è cresciuto. E il bello è che ognuno di questi personaggi - che forse potrebbe essere un personaggio unico - arriva e mostra di sè quello che è in quel momento. E l'autore non sta lì a spiegare per filo e per segno tutto, ma lascia che sia il lettore a intuire, a pensare quale potrebbe essere lo sfondo. Non è un libro con una trama "lineare" nè con un inizio e una fine veri e propri. O meglio, un inizio e una conclusione ci sono, ma non sono il fine del libro. Quello che va assaporato, gustato, non è l'arrivo, ma, come diceva una celebre frase, il viaggio, ossia i vari incontri con i personaggi, ognuno con un qualcosa da raccontare. Leggendo i pareri in vari siti che parlano di libri gli schieramenti sono due: chi ha amato questo libro e chi invece lo trova semplicemente inutile. E' vero, in alcuni passaggi più che una narrazione sembra di assistere ad un esercizio di equilibrismo, parole messe una di seguito all'altro come un esercizio di apnea, a perdifiato. E'anche vero, però, che mentre lo si legge, ci si sente "liberi", anche se lo si capisce alla fine. Liberi di chiudere gli occhi e immaginare ciò che sta succedendo, dando magari un passato che nel libro non c'è ai personaggi. Lo so, non è una recensione vera e propria, ma con un libro come questo è un compito molto arduo, forse irrealizzabile.

sabato 21 febbraio 2009

Prima il libro...poi, eventualmente, il film...


Premessa: non sono un critico cinematografico nè letterario. Ma un appassionato di libri e film. Questo per farvi magari meglio capire quello che sto per scrivere. Ieri ho visto il film "Il cacciatore di aquiloni", tratto dall'omonimo libro. Ho letto il libro la settimana scorsa ed ero curiosi di vederne il film, dato che, alla sua uscita, aveva riscosso parecchio successo. Purtroppo devo dire che il libro non è all'altezza del film. Ovviamente potrete dire "ma è questione di gusti". Certo. La recensione che fa giancarlo zappoli nel sito mymovies un po' riprende quello che penso io, e cioè che per chi non ha letto il libro ma solamente visto il film possiamo dire di trovarci di fronte ad una storia bella, che commuove, e il modo in cui è girato e l'atmosfera che si crea è abbastanza buona. Ma se per caso avete letto il libro, beh, vedrete che purtroppo mancano troppi pezzi, soprattutto molti elementi importanti nella parte finale che caricano di grande tensione la scena conclusiva narrata nel libro, mentre nel film l'arrivo alla parola "fine" avviene" senza troppi scossoni...e ho tanta paura che capiterà la stessa cosa ad uno dei libri più belli - per me - che ultimamente siano stati scritti. Il sei marzo, infatti, uscirà Cecità, tratto dal libro di Saramago. Beh, nel libro, specie all'inizio, c'è una tensione tale da aver quasi paura. Chissà se il regista questa volta riuscirà a riportare le stesse emozioni che nascono dalle pagine del libro.

martedì 17 febbraio 2009

Ennesimo saccheggio a La feltrinelli...


...non è il titolo di un articolo di un quotidiano, ma è quello che ho fatto sabato scorso...ancora acquisti



Rientrano però nella categoria "mi hai incuriosito, presto comprerò anche te":


sabato 14 febbraio 2009

Shyboy per il sociale - ovviamente in tema scherzoso.

Potrebbe comunque essere un corretto utilizzo delle parole, dato che "per il sociale" significa "per la società, per le persone". Ecco, il post che state leggendo è un post per il sociale, con lo scopo di evitare che qualcun altro faccia lo stesso errore che ho fatto io ieri sera. Vi piace il cinema? Vi piace andarvi spesso e non perdete le ultime uscite? Vi sentite, in quanto consumatori, nel diritto di avere dei prodotti (film) che non siano una presa in giro? Vi piacciono i film horror? Avete sette euro e cinquanta in tasca per andare al cinema? Ecco, se avete risposto sì ad almeno metà delle domande qui sopra, allora NON ANDATE A VEDERE "VENERDI'13". Ve lo dico col cuore.

Non so nemmeno da dove iniziare. La storia? Il "povero" Jason è tornato. Un gruppetto di ragazzi (due coppie e un single) vanno a fare campeggio in una zona dispersa in America, trovano il campeggio dove, anni prima, era nato e vissuto Jason. Succede che nel giro di dieci minuti i nostri cinque amici fanno una brutta fine. Arriva un'altra comitiva, ma questa volta si dirigono alla casa sul lago di uno dei ragazzi. E si ricomincia. Pochi colpi di scena (di quelli che ti fanno saltare sulla poltrona) e un trucco ormai un po' vecchio anche per gli horror moderni ossia quello di mettere nel cast ragazze decisamente carine e di mostrarle, guarda un po', seminude...il tutto per sopperire al fatto che il film non va da nessuna parte. Non sto facendo moralismo, sto solo dicendo che son trucchetti veramente bassi. E con la crisi che gira e col fatto che, comunque, sette euro e cinquanta (almeno a padova ci son questi prezzi, non so nel resto d'italia) son comunque non pochi soldini, la sensazione, quando esci dal cinema, è di essere stato diciamo così imbrogliato.  Un film, invece, che vi consiglio vivamente, è Milk. Un grandioso Sean Penn e un tema che all'epoca - ma forse anche adesso - ha fatto discutere, ossia i diritti degli omosessuali.

lunedì 9 febbraio 2009

Ecco i due video


A chi capisse bene l'inglese, ma non "masticasse" di musica, voglio ricordare che quando qui si parlerà di A, B, C fino a H si starà parlando di accordi. La notazione anglosassone, infatti, usa queste lettere per indicare gli accordi, partendo dal nostro la (a) fino ad arrivare al si (h).


 




 

Premessa: "joe satriani è un simpatico signore con l'hobby della chitarra (spero si noti il fatto che volevo essere semplicemente spiritoso. Satriani per me è uno dei numeri uno). E'nato nel 1956 e nel 1971 ha iniziato a dare lezioni di chitarra. Tra i suoi "alunni", citarne alcuni, ricordiamo Vai e Hemmet. Ha suonato in tour con i Rolling Stones per sostituire Richards (questo lo sanno in pochi) nel 1988, ha svariati tour mondiali come solista e ha pubblicato fino ad ora qualcosa come 22 album. Insomma, detto in gergo da chitarrista, satriani è uno shredder con i controcosi, uno che la chitarra te la gira e rigira come un calzino. Un giorno entra alla Virgin sotto casa sua e compra un cd dei Coldplay. Lo ascolta, se lo gusta, ma ad un certo punto c'è qualcosa che non gli torna: c'è una canzone che crede di aver già sentito da qualche altra parte. Ci pensa un po' su e alla fine scopre che la canzone dei coldplay gli ricorda una sua canzone. Cerca tra i suoi cd e trova "Is there love in space". Si ascolta il cd (che probabilmente saprà a memoria) e arriva alla canzone in questione: If I could fly. Joe si indispettisce leggermente, ma non perde la tranquillità. Manda un sms al cantante dei coldplay dicendogli quello che ha scoperto e il giorno dopo decide di citare in giudizio il gruppo per plagio". Questo è quanto. Io ovviamente l'ho buttata sul ridere, ma al lato pratico i fatti sono questi: satriani ha citato i Coldplay per plagio. Putroppo però la Corte ha sentenziato che non riconosce il reato di plagio per la canzone in questione. La replica del cantante dei Coldplay, a sentenza pronunciata, è stata "è stata una coincidenza". Ora, io posso capire che si possa parlare di coincidenza se magari ti faccio una canzone con un giro che ricorda un po' Knockin'on heavens door (e ce ne sono), visto che è una delle progressioni più diffuse al mondo, posso capire, parlando di italia, che magari uno scriva una canzone che ricorda un po' Ligabue (un altro che ha fatto della sequenza di accordi fissa un marchio di fabbrica). Dove vuole andare a parare questo post (assieme ai due precedenti)? Vuole semplicemente mettere in luce il fatto che forse proprio di coincidenze non si tratta. Ma quello che più mi fa "innervosire" è che Viva la vida sia la canzone con la quale hanno vinto.  Su youtube ho trovato due video che passo a passo spiegano come le "analogie" tra le due canzoni siano troppe. E' purtroppo in inglese, ma di non difficile comprensione.

I coldplay vincono all'Emmy Awards 2009


Il gruppo inglese ha vinto tre premi:


- Song Of The Year (Viva La Vida)
- Best Pop Performance By A Duo Or Group With Vocals (Viva La Vida)
- Best Rock Album


Vi pregherei di tenere bene a mente il titolo della Song of the year.

Piccolo prontuario musicale - il post che segue non è un mio delirio di cultura musicale  mi serve però che lo leggiate, assieme al prossimo, per capire meglio il terzo e ultimo post che scriverò


Nota: "suono" prodotto da un corpo messo in vibrazione ad una certa frequenza. (per es. pizzicando una qualsiasi delle sei corde della chitarra la corda entra in vibrazione e vibra, a seconda della corda, ad una certa frequenza. Più alta è la frequenza più "alta" sarà la nota). Contrariamente a quanto si "crede" le note non sono 7, bensì 12. Abbiamo le sette note che tutti conosciamo (do re mi fa sol la si), ma anche altre cinque dette anche "note alterate" (i famosi diesis-bemolle di cui tutti penso abbiamo sentito parlare). L'uso delle note alterate dipende da "dove" la scala sta andando, se cioè in senso ascendente o discendente. Nel primo caso useremo i diesis, nel secondo i bemolle. Al lato "pratico" però non cambia assolutamente nulla. La scala c.d. "cromatica" è formata da tutte e dodici le note, ossia do-do#/reb-re-re#/mib-mi-fa-fa#/solb-sol-sol#/lab-la-la#/sib-si-do (volendo il do potrebbe essere scritto anche come si#).


Intervallo: è la "distanza" tra una nota un'altra. Due note "diverse", quindi non uguali per frequenza, avranno un certo intervallo a seconda della "differenza" di frequenza. Per essere più "terra a terra" provate ad immaginare i tasti del pianoforte. Due tasti vicini danno note diverse. Nella musica occidentale è diffusissima questa "separazione" e l'intervallo "minimo"(ossia lo spazio tra due tasti vicini) è detto semitono. Nella musica araba si hanno anche strumenti dove i "tasti" hanno intervalli di quarto di tono.


Scala: sequenza di note caratterizzata da una precisa struttura di intervalli. Solitamente la struttura alterna semitoni a toni (un tono è dato da due semitoni). Ogni nota della scala prende il nome di grado della scala. La scala c.d. "maggiore" è caratterizzata dalla seguente struttura: tono-tono-semitono-tono-tono-tono-semitono. Se volessimo "costruire" la scala maggiore di do avremmo le seguenti note: do - re - mi - fa - sol - la - si (questo perchè, se guardate le note della scala cromatica e cercate gli intervalli vedrete che partendo dal do un intervallo di un tono vi porta al re, poi dal re un altro tono e cioè mi e così via...). Il concetto di "grado" è importante quando si parla di accordi. 


Accordo: si ha un accordo quando due o più note vengono suonate assieme. Il nome dell'accordo è data dalla "relazione" tra la nota più bassa e quella più alta. (Non è una regola ferrea, dato che il nome potrebbe essere dato dalla "relazione" tra la nota più alta e quella più bassa). Esempio "classico" è l'accordo a tre voci, ovvero a tre note, dal quale nascono i comuni accordi maggiore e minore. Ora: abbiamo detto che la scala di do maggiore è data da do re mi fa sol la si. Accordi maggiori e minori si costruiscono sul I - III e V grado della scala. La distinzione maggiore - minore, in questo caso, sta nel tipo di intervallo che esiste tra il I e il III grado. Quando abbiamo un intervallo dato da due toni abbiamo una "terza maggiore", se l'intervallo è dato da un tono e mezzo abbiamo una "terza minore". Tornando al nostro esempio con la scala di do abbiamo che il I grado è un do, il III un mi e il V un sol. Tra do e mi abbiamo due toni di "distanza", perciò un intervallo di una terza maggiore. Se avessimo avuto do e re# avremmo avuto una terza minore. Altro intervallo importante è la c.d.5', dato da un intervallo di tre toni e mezzo. Tra do e sol abbiamo una quinta. Mettendo assieme queste tre note abbiamo una "triade". Se consideriamo "fisse" la prima nota (do) e la terza nota (quella che ha un intervallo di 5' dalla prima e in questo caso il sol) e andiamo ad analizzare l'intervallo tra la prima nota e la seconda (il III grado della scala) avremo un accordo maggiore o minore, a seconda che la terza sia maggiore (accordo maggiore) o minore (accordo minore). Quindi la sequenza do - mi - sol mi darà un accordo di do maggiore, dato che tra do e mi abbiamo una terza maggiore. Ora la cosa si fa più interessante. Prendiamo la scala che abbiamo introdotto prima (do re mi etc.etc.) e suoniamo le stesse note, ma partendo dal re. Avremo: re mi fa sol la si do. Cosa cambia? Assolutamente niente, ma è importante notare una cosa. Ricordate l'esperimento di prima di individuare i tre gradi? Facciamolo ora partendo dal re. Avremo: re - fa - la. Che accordo è? Se sono riuscito a farmi capire prima, avrete già intuito che è un accordo minore, dato che tra re e fa c'è una terza minore. E infatti abbiamo un accordo di re minore (re m). Se facciamo questo giochino con tutte le note fino a tornare al do avremo una sequenza di accordi: do rem mim fa sol lam sim. Possiamo aggiungere che ora il re come nota è il secondo grado della scala di do ma possiamo anche dire che il rem è il secondo grado di una scala di do.


Progressione di accordi: sequenza di due o più accordi suonati di seguito. Se prendete gli accordi che abbiamo visto prima e li suonate in qualsiasi ordine vogliate e, con uno strumento "solista", ci suonate le singole note che compongono la scala di do (in questo caso) sarete sempre in tonalità, ossia, a parte dissonanze particolari, nota singola e accordo difficilmente stoneranno. Quando stoneranno non sarà perchè è "sbagliato", ma perchè le assonanze saranno legate ad intervalli particolari, come una seconda o una quarta. Sulle progressioni di accordi si basa il 90% di tutta la musica del mondo. A seconda della "sequenza" di accordi che costruite avrete dei particolari responsi sonori. Una sequenza classica è I IV V o I V IV o V IV I (colpa di alfredo di vasco per dirne una è V IV I), ma non esiste una regola specifica: ogni ordine di accordi, se a noi piace, può essere suonata. Tuttavia alcune sequenze risultano più orecchiabili di altre.

"Un arcobaleno nella notte" di Dominique Lapierre

Sei aprile 1652. Un manipolo di coloni olandesi sbarca sull'estremità più meridionale del continente africano. Questi uomini hanno una missione delicata e precisa: coltivare pianticelle di insalata per rifornire di vitamine gli equipaggi delle navi della Compagnia olandese delle Indie orientali in transito, decimati dallo scorbuto. Nessuna grande ambizione di conquista coloniale, ma passerà poco tempo prima che gruppi di avventurieri voltino le spalle al mare per addentrarsi nelle foreste infestate di animali feroci e mosche tse tse, alla conquista della "Terra promessa". La macchina inesorabile della Storia si è ormai avviata, e il primo capitolo di un'epopea di infamia e redenzione è stato scritto. Convinti dalla fede calvinista di essere il nuovo popolo eletto, i coloni presto rinnegheranno la madrepatria, affronteranno le tribù nere, i cercatori d'oro e di diamanti, e le temibili tuniche rosse della regina Vittoria, fino a macchiarsi di una delle più grandi tragedie del Novecento: l'instaurazione dell'apartheid. Una piccola comunità di quattro milioni di bianchi sottometterà con la forza una popolazione sei volte maggiore di neri, dando vita a un regime razzista che causerà centinaia di migliaia di vittime. A questo orrore riusciranno a porre fine la volontà e il coraggio di veri e propri eroi come Chris Barnard, Helen Lieberman e soprattutto, dopo ventisette anni passati in carcere, un gigante del nostro tempo, Nelson Mandela.

Un libro che ci fa stare a bocca aperta per fatti che penseremmo esistere solo nei film, ma che, purtroppo, sono accadute realmente. Un libro che ci dovrebbe ricordare SEMPRE che il colore della pelle non rende diversi, ma che siamo tutti uguali. Grandissimo Lapierre che riesce a raccontare attraverso lo stile del romanzo una delle pagine più nere secondo me della storia del mondo.

martedì 3 febbraio 2009

E' il pubblico ad avere l'"X factor" - post fondamentalmente inutile


Sì, perchè per essere riusciti a seguire per intero la puntata di ieri sera credo serva veramente una "componente aggiuntiva" rispetto agli altri. Premetto che non sono uno che vive di tv, ma ogni tanto capita che, per non stare incollato tutto il giorno al pc, passi una serata alla tv con i miei. Così lunedì scorso ho visto una puntata di X factor. Simpatico, quasi divertente, canzoni conosciute riproposte in tagli originali. Insomma, per uno che ama la musica può addirittura essere un programma accettabile. Breve spiegazione per chi non avesse mai visto la trasmissione: ci sono tre squadre (dai 16 ai 24 anni - gruppi vocali e over 25), ogni squadra ha un suo "capitano"(mara maiocchi, morgan e simona ventura). Ogni capitano, assieme al vocal coach del gruppo, assegna ad ogni componente del gruppo una canzone che dovrà cantare la sera della diretta (il lunedì). Caratteristica "simpatica" è che il pezzo non viene mai proposto fedelmente al 100% all'originale, ma viene un po' rivisitato. La sera della diretta è divisa in due parti, ciascuna con 5 esibizioni (in tutto i partecipanti sono 10). Il pubblico da casa vota e esprime le proprie preferenze. Alla fine dei due turni ci saranno due artisti che hanno ricevuto il minor numero di voti (uno nella prima parte e uno nella seconda). Saranno loro due, verso la fine della puntata, ad esibirsi nuovamente per poter rimanere nella trasmissione. A differenza delle altre esibizioni, però. qui sono i capitani a esprimere le proprie preferenze, perciò, per esempio se morgan e la ventura decidono che per loro deve uscire tal concorrente, il giudizio della maiocchi sarà ininfluente. Chi vince la trasmissione, alla fine di tutto, ottiene un contratto da 300.000 euro con la Sony. Bene, dopo tutto questo preambolo andiamo a ieri sera. La trasmissione inizia alle 21.10. Il primo cantante canta alle 21.30. E i primi venti minuti? Venti minuti di nulla totale. Alla fine di ogni esibizione ogni capitano esprime la propria opinione. Ora, ogni cantante canta circa un minuto e mezzo, forse due a essere larghi. Mettiamo che gli interventi dei capitani in tutto durino sei - sette minuti, andiamo a dieci minuti in totale. Dovremmo avere quindi che per le prime cinque esibizioni abbiamo 50 minuti, idem 50 per le seconde cinque. In tutto cento minuti, ossia un'ora e quaranta minuti. Quindi dalle nove e mezza arriviamo alle undici e dieci. Beh, alle undici e dieci ieri sera, se non ricordo male, stava iniziando il secondo turno. Alla fine com'è andata? E' finito tutto a mezzanotte e mezza. E per arrivare a quell'ora c'è voluta tanta fantasia: litigi pressochè inutili (e credo costruiti ad arte), la comparsa di teo teocoli e una esibizione dei talenti "incompresi"ossia gente che non ha superato i provini perchè a dir poco ridicoli  tutto questo giro per dire cosa? Per dire che ok che la gente la sera vuole staccare un po' dal lavoro, dai problemi della vita quotidiana, dalle brutte cose che si sentono nel mondo, ma non mi va più bene se in tre ore di trasmissione mi fai vedere un'ora e mezza di nulla. Il brutto è che...se la tv propone questo...significa...che la gente vuole questo...forse è per questo che non guardo tanta tv....aggiungiamoci che per la rai si paga il canone...come fa a non venirvi il nervoso pensando a tutti i soldi spesi per trasmissioni del genere?